Confidenze Notturne “La bella vanità”

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Ho mani tiepide stanotte.
Brucia l’estate, surriscalda la pelle ma non così tanto da consumare i dolori, da lasciar trapelare qualche lacrima che resta incastrata negli occhi.
Roba di poco peso, o forse, ho soltanto imparato a difendermi.
Mi lascio andare ad un suono in sottofondo, giusto tema per le mie riflessioni, ma per quanto mi sforzi, non la comprendo quella rabbia che ti arriva improvvisamente addosso, o forse sì, fa parte di ogni cammino, è il naturale pegno di chi lotta per la propria libertà, di chi non accetta e cerca di vivere di ciò che ama.
Mi rendo conto di un grande sbaglio, di dar troppo peso a ciò che mi circonda, a ciò che in fondo non m’appartiene affatto. Non devo spiegare i miei perché, i miei tragitti, le mie scelte, devo camminare verso la direzione che sento addosso, continuare a scegliere, a decidere chi debbano essere i miei compagni di viaggio e sarà sempre visto con presunzione questo fare, ma più vado avanti e più mi rendo conto che quello che da fastidio non è altro che il tuo coraggio.

Certo, perché chi non ha paura di sbagliare, chi non ha paura di mettersi a nudo, diviene un limite per molti, per chi non trova quella forza, eppure il tuo movente è il dare, l’elaborare e il dare senza nessuna aspettativa di ritorno.
C’è vanità nell’inseguire un sogno, c’è vanità nel mettersi a nudo, c’è vanità e probabilmente presunzione nel credere di poter dare, ma se le persone ricevono, si emozionano, entrano in sincronia con te, quella vanità non ha nulla di malato, è una protezione, è un credere in se stessi, e se vuoi riuscire in qualcosa è un atto necessario.
Mi sento stanco e a volte come inchiodato al pavimento, tutto quello che mi circonda si ferma e per quanto io possa spingere non posso far altro che aspettare. Sento un buco allo stomaco, quella maledetta sensazione che mi insegue da sempre di perdere tempo, quella che non mi fa andare a dormire per paura di sprecare del tempo, un’ansia del fare, come se la vita finisse domani.
Eppure non è domani, è soltanto adesso e in quest’adesso io esisto più che mai nella mia immobilità e in questo silenzio assordante ma così rivelatore, elaboro i dolori, li trasformo in carburante e in voglia d’andare, perché se riprendo a camminare nulla potrà cadermi addosso, mi si dovrà inseguire, perlomeno allo stesso ritmo.
Tutte quelle voci che mi si fanno vicino quando sono fermo, si perdono ad ogni passo, le vedo cadere ad una ad una sulle loro bugie, sui vorrei essere. Non ho mai creduto nella fortuna, anche se mi ritengo una persona fortunata, per avere la possibilità di appartenermi, credo nel fare, credo negli incontri, credo in chi spera, in chi ci prova, in chi non si arrende, in chi ha coraggio di scegliere le vie meno brevi, credo negli sguardi, in chi si impegna e almeno ci prova.
Mi guardo intorno e vedo la rabbia come principale movente del fare, il mio movente è l’amore, anzitutto per me stesso e per la vita, che meraviglia la vita.
Continuiamo a guardare case che non sono nostre e invece di curare i nostri spazi distruggiamo gli spazi che gli altri si sono costruiti come se fossero nostri nemici, una guerra tutti contro tutti per non arrivare, poi, in nessun luogo e soprattutto a non vincere nulla.
Ho imparato, forse tardi, che di fronte ai dolori non c’è salvezza se non nelle piccole cose che abbiamo costruito, le piccole cose in cui abbiamo creduto, quelle per cui abbiamo lottato, il resto è tutto un surplus che ci rallenta soltanto il viaggio.
Scrivere mi aiuta ad elaborare, niente di più, è solo mettere nero su bianco quel che vivo, quel che sento, non c’è nulla da inventare, non ci sono ricerche di stupire, siamo io, la notte e un foglio bianco, che senso avrebbe mentire?
Parlo con me stesso, ho bisogno di capire, sembrerà strano ma non credo d’esser solo in questo, ecco perché poi condivido, siamo tutti dentro un viaggio, un viaggio di cui ognuno vorrebbe parlare, fosse, anche, soltanto, per sentirsi meno soli.
A poi…

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