Caro Presidente, gradisce un caffè?

Caro Presidente,
cosa farà domani, prima di decidere sul futuro dell’Italia, gradisce un caffè?
Non credo, forse a casa o in qualche distributore automatico della camera, perché purtroppo le nostre caffetterie, i nostri bar, attualmente, come è giusto che sia, sono chiusi.

E ha fatto bene a far abbassare le nostre saracinesche, perché sono luoghi di assembramento, vivono di questo. Ai clienti del bar piace stare insieme, più stretti possibile, fare la fila davanti al bancone, dire buongiorno a perfetti sconosciuti, fermarsi ad un tavolo e leggere il giornale, bere un caffè, affollarsi all’aperitivo o per un pranzo veloce.
Siamo stati giustamente tra i primi a chiudere e saremo probabilmente gli ultimi ad aprire.
Fin qui, lei conosce tutto e probabilmente ha molto chiara la questione.
Ora però, le voglio raccontare una storia più profonda, più vera, quella che forse molti dei vostri esperti stanno trascurando.
Non c’è luogo in Italia frequentato come il bar.
Dal più nascosto nei meandri di piccolissime province, al Gran caffè delle capitali, queste realtà, sono il primo e l’ultimo pensiero della maggior parte degli italiani.
Quanta semplice meraviglia c’è in un caffè al mattino nel tuo luogo preferito, dove ti basta entrare per ricevere un sorriso e sentirti dire: il solito?
Oppure, la sera, dopo una giornata di intenso lavoro, bersi l’ultimo caffè prima di andare a casa, o quel calice di vino mentre parli di niente con un semplice conoscente?
Li trovi aperti a tutte le ore, c’è sempre un bar dove potersi rifugiare e un barista pronto a servirti.
Quante cose accadono all’interno di un bar, in quale altre luogo possiamo dire che si sia costruita l’Italia del dopoguerra se non dentro un Bar?
È sempre davanti a qualcosa da bere che l’uomo si è incontrato, si è seduto, ha conosciuto, ha parlato, ha immaginato e sognato.
Quanta arte è nata dentro i bar, o comunque è stata accolta.
L’Italia è la culla dell’arte, è vero, ma i bar sono le mani che hanno dondolato quella culla.
Le sembro esagerato?
Quante correnti letterarie sono nate incontrandosi ai tavoli di un bar, quanti manifesti culturali, quanti giovani artisti squattrinati si sedevano in un bar aspettando di incontrare il grande artista per mostragli i propri lavori, quanti si sono esibiti per quattro soldi e pagavano magari lasciando un’opera, un pensiero, una performance, per non parlare del teatro, di quanti attori tra una prova e l’altra si sono incontrati in un bar?
E non è la cultura la nostra più grande virtù?
C’è una cosa che mi fa particolarmente pensare, la visione del bar nel futuro.
Ogni scrittore, sceneggiatore, pensatore, quando immagina il futuro, tende a trasformare ogni cosa seguendone i possibili cambiamenti tecnologici.
Tutto si evolve in maniera incredibile tranne un luogo: il bar.
L’uomo quando immagina il futuro idealizzando un luogo d’incontro tra piloti, cacciatori di taglie, contrabbandieri e viaggiatori dello spazio, strani marchingegni, descrive sempre un bar e lo sa perché?
Perché ci sarà sempre un barista, un bancone e dei clienti, perché quando immaginiamo il futuro lo facciamo per cancellare o migliorare tutto ciò che non ci piace più.
Manteniamo il passato, quello che ci racconta davvero, e il bar fa parte di questa grande storia.
Quanto hanno restituito tutti questi uomini, questi visionari, a queste attività che ritroviamo nei testi delle canzoni, nei quadri, nei romanzi, nei film, nelle opere teatrali, nelle poesie.
La nostra arte, la più riconosciuta nel mondo, parla tantissimo di Bar, ci sarà un motivo secondo lei per questo?
Il bar ha una sua natura, un’estrema importanza sociale che nessuno può negare, è un luogo necessario, che fa bene all’esistenza.
Il bar non ti giudica.
Quando tua moglie ti ha lasciato, quando hai perso il lavoro, quando ti senti perso, spesso hai bisogno di un bar, hai bisogno di un po’ d’umanità.
Non troverai nessun cartello a dirti, come purtroppo accadeva al tempo dei fascisti, vietato l’ingresso agli Ebrei. Troverai sempre una porta aperta e una persona pronta a sorriderti e a servirti.
Spesso troverai famiglie, di gente semplice, che hanno fatto del bar la loro seconda casa, che ti segnano un debito perché comunque, ti danno fiducia anche quando nessuno te la sta dando e non ti chiedono alcun interesse, basta il dovuto.
Le sembra poco?
Oggi questi luoghi hanno bisogno d’aiuto, di poter esistere ancora, di essere tutelati e di poter tutelare i propri clienti.
Un luogo che nasce per attrarre persone, per la condivisione, per lo scambio di opinioni, per lo svago, per l’intrattenimento, per la socialità, non può improvvisamente trasformarsi in un luogo che deve delimitare le persone, farle attendere fuori, allontanarle l’una dall’altra.
Non siamo pronti per questo, non siamo nati per questo, non vogliamo essere questo.
Lasciateci anche chiusi fino a che sarà necessario, finché non potremo tornare a svolgere il nostro lavoro in una maniera che sia adeguata a noi e ai nostri clienti.
Aiutateci e noi sapremo aspettare il nostro momento per tornare a sostenere quel fatturato HO.RE.CA di circa 70 milioni di euro che proviene anche dal nostro lavoro, e quel milione di persone che di questo vivono.

E poi ci troveremo come le star, a bere del whisky al Roxy bar, o nella solitudine di un bar disegnato da Hopper, per poi fuggire nella notte dentro un cielo stellato di Van gogh, vedere da lontano la “terrazza del caffè di sera”, addentrasi e immaginare di trovare le incantevoli donne al banco di “un Bar aux Folies Bergère” di Monet.
In un angolo del Bar seduto su una sedia Arthur Rimbaud, sussurra nel timido e innamorato orecchio di Verlaine una frase: “Divino caffè il cui gusto rimane tutto il giorno in bocca.”
Ieri notte qualcuno raccontava di aver visto Hamingway, al Floridita Bar di Cuba che sorseggiava un mojito. In un Bar di Los Angeles sarà difficile non incrociare Bukowski con il suo Boilermaker. I più fantasiosi potranno provare un sorso di latte + nel surreale Korova Milk Bar, ma occhio a non guardare di traverso qualche drugo, sempre meglio che trovarsi al bancone di Mr. Grady mentre parla con Jack Nicholson in un desolato bar d’albergo.
Ma per stare veramente bene, c’è un solo posto dove andare, al mitico Bar Necchi di Firenze, perché amici miei, nulla potrà in fondo farci stare bene come incontrare un gruppo di quattro amici al bar.

Vede presidente, i bar hanno scritto la storia ovunque, eppure, in Italia anche in questo siamo diventati eccellenza.
Qualcuno il caffè ce lo ha fatto scoprire, noi lo abbiamo trasformato in un Espresso come non sa farlo nessuno. Cerchi di non dimenticarlo mai.
Buon Lavoro Presidente, al prossimo caffè.

#alessandrovettori

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