Arte come rivoluzione

Io, io riesco a ricordare (mi ricordo)
In piedi accanto al Muro (accanto al Muro)
E i fucili sparavano sopra le nostre teste
(sopra le nostre teste)
E ci baciammo,
come se niente potesse accadere
(niente potesse accadere)
E la vergogna era dall’altra parte
Oh possiamo batterli, ancora e per sempre
Allora potremmo essere Eroi,
anche solo per un giorno.
Heroes (David Bowie), 1977
Il 6 giugno del 1987 David Bowie si esibisce a Berlino (parte occidentale). Per l’occasione sceglie una location molto particolare di fronte all’edificio, ormai un rudere a memoria del bombardamento durante la seconda guerra mondiale da parte dell’armata rossa, il Reichstag.
Il rudere si trova in prossimità del muro che da vent’anni divide la città.
Bowie fa una scelta inaspettata, piena di significato, molti degli altoparlanti sono rivolti dalla parte di Berlino est. Davanti al palco il pubblico pagante attende l’inizio del concerto, intanto molti giovani si radunano anche dalla parte di Berlino est, dietro il muro che Bowie ava usato come fondale del suo spettacolo, non possono vedere nulla ma possono ascoltare. Inizia il concerto, il suono si fa sentire per tutta Berlino, quel muro alto 3,60m può creare distanze ma non può fermare la musica.
È il momento di Heroes, ma prima di iniziare Bowie grida in tedesco:
“Salutiamo tutti i nostri amici che sono sull’altro lato del Muro”.
Partono le note di Heros, è il tripudio, migliaia dei ragazzi di Berlino est sono in delirio, si dimenticano dei poliziotti che fanno da cordone di sicurezza sul posto, le loro voci si uniscono a quelle di Berlino ovest.
Si canta tutti insieme, un inno per essere eroi, anche solo per un giorno, eroi.
Stava accadendo qualcosa di magico, quel giorno è come se si fosse tolto il primo mattone, quel bisogno di superare un limite, di essere uniti, non poteva essere più negato.
Due anni dopo, il 9 novembre del 1989, quel muro venne finalmente abbattuto davvero.
Certo non è per Bowie che è caduto, ma l’arte, la musica, avevano sicuramente contribuito a creare quella che ad oggi è una delle più forti immagini della storia del dopoguerra: la caduta del muro di Berlino.
Heroes era stata scritta nel 1977, dieci anni prima di quel concerto, parlava di una scena che aveva visto in strada mentre stava registrando in uno studio Berlino ovest di due ragazzi che si baciavano vicino al muro. Vide in quel bacio il desiderio di libertà, un amore che provava ad essere libero, anche solo per un giorno.
Heroes divenne un inno per tutti quei giovani, volevano che la città tornasse a vivere insieme.
Quando Bowie morì, il ministro degli esteri in carica, dal suo profilo di twitter dedicò un pensiero di grande affetto nei confronti del cantante:
“Addio, David Bowie. Ora sei tra gli eroi. Grazie per averci aiutato a far cadere il Muro”.
Vi ho raccontato questa storia, perché oggi di fronte a noi c’è un’altro grande muro, c’è qualcosa che ci impedisce di stare vicini e soprattutto ha impedito di stare vicini, nel momento del dolore più grande, a coloro che hanno visto i propri cari morire. E’ un dolore immenso, è qualcosa che non ci saremmo mai aspettati di vivere, che non sappiamo affrontare e inizia a farci barcollare psicologicamente e socialmente.
Dovremmo prepararci ad un grande cambiamento, qualcosa non ha funzionato, bisogna rivoluzionare il nostro stile di vita. La situazione è drammatica, troppi stanno vivendo al limite delle proprie possibilità, troppi al di sotto della dignità e non sarà certo l’arte a salvarci, ma un primo mattone potrebbe toglierlo, il più piccolo, poco più di un sasso, ma vedremmo un raggio di luce passarvi attraverso, ed oggi sarebbe più che mai importante.
Però, mi chiedo anche, se oggi ci sono artisti in grado di un messaggio che sappia spostare quel piccolo sasso, che hanno una voce così forte da aprire il cuore della gente e trasmettergli la forza necessaria per tenere comunque la testa alta.
Un messaggio forte, rivoluzionario, unico, non possono bastare le dirette facebook e instagram, non può bastare dire di stare a casa, #iostoacasa, ce la faremo.
L’arte oggi deve scendere in campo, aprire le speranze, non sul come o quando questa storia sarà finita, credo che l’arte debba intervenire dettando le linee guida per una società migliore, per i giovani Italiani che dovranno ricostruire il futuro.
C’è stato un ragazzo che ha avuto un’idea bellissima, si chiama Jacopo Mastrangelo, diciotto anni, una performance piena d’emozione, di sensibilità, con un grande messaggio, una chitarra, c’era una volta in America del maestro Morricone, una piazza Navona deserta, il suono che ha viaggiato sui tetti di Roma, ma non basta.
Le persone oggi hanno bisogno di parole, di credere che qualcosa può cambiare, che può migliorare, e l’arte in questo ha un ruolo primario, non può tirasi indietro, deve mettersi in testa a questa rivoluzione culturale necessaria.
L’arte deve iniziare ad accendere quella luce.
Meno opinionisti e più artisti sui giornali, alla tv, in rete, iniziamo a parlare del dopo, iniziamo a ripensare al domani.
Scusate ma sono stato sempre un sognatore convinto che l’arte, la cultura, l’onestà intellettuale possono veramente fare tanto, non risolvono i virus, non sfamano, ma fanno aprire la mente e comprendere anche la differenza, tra verità e menzogna, fanno aprire la mente di fronte ad una qualsiasi questione e soprattutto generano ulteriori possibilità.
Cosa c’è di meglio di avere delle possibilità?
A poi…
Alessandro.

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